Pietra d'Angolo:​ “A tu per tu” con Don Giuseppe Ivan Undari

Ultimo appuntamento con la rubrica della docente e scrittrice Bia Cusumano

Redazione Prima Pagina Castelvetrano
Redazione Prima Pagina Castelvetrano
30 Maggio 2026 08:00
Pietra d'Angolo:​ “A tu per tu” con Don Giuseppe Ivan Undari

Con questa splendida intervista all'arciprete di Castelvetrano, Don Giuseppe Ivan Undari, si chiude momentaneamente la rubrica curata dalla nostra storica collaboratrice, la docente e scrittrice Fabiana "Bia"Cusumano. I nuovi impegni che la vedranno nel ruolo di assessore nella vicina Campobello di Mazara, le impediranno di poter garantire l'altissima qualità della rubrica che nel corso dei mesi ha ospitato una serie di illustri ospiti. Nel ringraziarla per la professionalità e per il grande acume che ha sempre dimostrato, siamo altresì certi che dopo i mesi estivi sarà lei stessa a inventarsi qualcosa di nuovo, e magari meno impegnativo da sottoporre all'attenzione dei nostri lettori. La aspettiamo

(AQ)

La teologia della carne nel dramma dei corpi

Presentare l’opera letteraria di don Giuseppe Ivan Undari, Corpi, non significa soltanto offrire la chiave di lettura di un’opera poetica e teatrale di straordinaria densità speculativa. Significa, prima di tutto, rendere omaggio a una figura che per la città di Castelvetrano rappresenta un autentico faro culturale e un punto di riferimento intellettuale imprescindibile. In un territorio complesso, frammentato e spesso ferito, don Undari ha saputo incarnare il ruolo dell’intellettuale militante dello spirito: una voce capace di unire la verticalità del sacro alla concretezza della storia, parlando alle coscienze con la forza disarmante della verità e della bellezza.

A muovere queste righe è un legame profondo di affetto e di stima che ci unisce da tantissimi anni. Un percorso condiviso, passo dopo passo, che nel tempo si è tradotto in una fitta e feconda collaborazione nella cura di eventi culturali capaci di lasciare il segno nella nostra comunità. Insieme abbiamo condiviso l'urgenza di abitare la parola e l'ascolto, sempre guidati da una certezza granitica: senza cultura non può esistere alcuna giustizia sociale. Laddove la parola si spegne e il pensiero si fa asfittico, infatti, proliferano le disuguaglianze e i soprusi; laddove invece la cultura torna a farsi carne, comunità e riscatto, i margini si accorciano e i diritti trovano cittadinanza.

Corpi è il manifesto perfetto di questa visione condivisa. Don Undari non sceglie la via di una spiritualità disincarnata o monumentale; al contrario, mette in scena la vulnerabilità della carne, l'esposizione al dolore, lo strazio del tradimento e la potenza eversiva del perdono. Attraverso i riferimenti a Pasolini, Calvino, Weil e Ricoeur, l'autore ci ricorda che la salvezza si gioca dentro la materia della nostra storia, nelle fratture dell'umanità che attendono di essere risanate.

Accostarsi a questo testo per me significa dunque rinnovare quel patto civile e culturale che da anni ci vede camminare fianco a fianco. Consegno questa intervista ai lettori e alla cittadinanza con l'orgoglio dell'amicizia e la consapevolezza che, attraverso queste riflessioni condivise, la nostra comunità possa trovare un'ulteriore preziosa mappa per esplorare quel meridiano segreto che congiunge la terra al cielo, il visibile all'invisibile, la cultura alla giustizia.

Don Giuseppe, l'opera Corpi nasce da un'esigenza legata a un momento liturgico e comunitario molto sentito, la processione del Venerdì Santo a Castelvetrano. Come si è trasformato questo canovaccio iniziale in un testo poetico e teatrale così strutturato?

 L’esigenza era quella di collegare la scena del Calvario con la scena della deposizione del corpo di Gesù nel sepolcro da parte di Giuseppe di Arimatea. Riannodare i fili rileggendo il racconto dei Vangeli. La prima stesura del testo, scritto in pochi giorni, risale al mese di aprile del 2025. Dopo quella prima rappresentazione avvenuta il venerdì santo del 18 di aprile, le reazioni e i suggerimenti di alcuni amici mi stimolarono a considerare l’idea di rileggere con calma quello che avevo scritto. Nella stesura definitiva le musiche scritte da Fabio Pecorella e Mariella Zancana hanno dato al testo una intensità nuova e inaspettata.

Il titolo, Corpi, al plurale, sposta l'asse della narrazione sulla dimensione fisica, esposta e vulnerabile. Qual è la radice filosofica di questa scelta?

 Più che di una radice filosofica preferisco parlare della dimensione antropologica che attraversa la vicenda di Gesù di Nazareth così come ci viene raccontata dai Vangeli. Questa dimensione umana, distante da costruzioni dogmatiche e filosofiche, libera il racconto da letture sedimentate nel corso dei secoli restituendole la possibilità di parlare a tutti.

Nella struttura drammatica assistiamo a una vera e propria "concessione poetica": un dialogo in cui Gesù si avvicina a Giuda. Come si inserisce questa scelta nel panorama della teologia contemporanea?

 Nella prima stesura la figura di Giuda era assente. Nel racconto evangelico Giuda è un apostolo, uno che fa parte della cerchia ristretta dei seguaci di Gesù. Negli ultimi decenni la figura di Giuda Iscariota ha ricevuto molta più attenzione rispetto al passato. A tal proposito vorrei suggerire la lettura del libro di Salvatore Panzarella, Giuda. La storia vera. Giuda Iscariota è stato tradizionalmente trattato come il traditore che vende Gesù per trenta denari e poi si uccide. Eppure dietro questa fine drammatica c’è qualcosa che continua a interrogarci. La scelta che ho fatto è quella di non leggere questa vicenda con visioni preconcette ma di lasciarmi guidare dal flusso della parola poetica.

Il finale dell'opera lancia una provocazione forte sulla natura della fede e sulla sua trasmissione nel tempo. Quali autori l'hanno guidata in questa riflessione?

Ci sono molti autori a cui sono debitore. Sono un lettore appassionato e molte delle mie letture, soprattutto quelle più recenti, sono confluite in questo testo. Tra i numerosi autori che potrei citare, due in particolare meritano di essere ricordati: Adriana Destro e Mauro Pesce.

Nel volume si fa riferimento anche a Italo Calvino e Walter Benjamin per spiegare il profondo bisogno umano di "raccontare". In che modo la scrittura di Corpi risponde a questa urgenza?

 Questi due autori sono citati dal prof. Rosario Marco Atria nella postfazione. Nella misura in cui la scrittura è capace di farsi carico del limite, del destino, del momento estremo della morte, del fallimento. Quando diventa capace di attraversare i luoghi impervi della vita e di offrire orizzonti di senso, di suscitare domande. Quando come una nuvola disegna il contorno di un battito d’ali, quando come guizzo che m’avvampa riesce a incendiare il meriggio.

L'explicit dell'opera si chiude con una citazione splendida e suggestiva del poeta siciliano Lucio Piccolo. Qual è il "meridiano" che unisce la terra all'infinito?

 Anche questa citazione poetica fa parte della postfazione. Lucio Piccolo è uno di quei poeti che ho letto e continuo a rileggere. Nella sua opera poetica magnifica e irraggiungibile, come ebbe a definirla Ezra Pound, trovo la possibilità di uno sguardo pieno di stupore, di incanto, di mistero. Il meridiano è la nostra capacità di amare, la gioia di godere della vita per dirla con Qoelet. Oppure con un verso famoso di Leopardi: ove per poco/il cor non si spaura.

Grazie alla disponibilità del dottor Felice Crescente, direttore del Parco Archeologico di Selinunte, Corpi sarà nuovamente rappresentato all’interno del parco venerdì 19 giugno alle ore 20.30 con ingresso libero. 

Bia Cusumano

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