L'elzeviro di Bonagiuso: nel cuore delle Piazze un segno di approssimazione

Gli stalli per il mercatino, un segno della approssimazione censurabile con cui siamo condotti al declino

Redazione Prima Pagina Castelvetrano
Redazione Prima Pagina Castelvetrano
24 Novembre 2021 18:45
L'elzeviro di Bonagiuso: nel cuore delle Piazze un segno di approssimazione

Nel cuore delle Piazze un segno indelebile: di approssimazione.

Come nel 476 dC, quando la storia della Civiltà umana segnò la caduta dell'impero Romano e l'avvento dell'era barbarica, così questo tempo sarà ricordato a Castelvetrano come l'era in cui un manipolo di improvvisatori stanno davvero lasciando un segno indelebile nella devastazione del patrimonio artistico e culturale di questa nostra Città.

Sembra un segno del destino: mentre dagli scranni di Palazzo Pignatelli, dove delibera quello che un tempo chiamavamo "massimo consesso civico", si leva la voce di chi vorrebbe ancora le motoapi con frutta e verdura posteggiate di fianco al Duomo si Santa Maria Assunta, oppure le sfreccianti motorette smarmittate nel cuore delle piazze che gli Aragona vollero come un sistema di quinte, di prospettive, il potere politico di questa Città, che ormai si circonda di una miriade di intellettuali prestati a questo declino, autorizza l'uso di vernici indelebili rosse sul basolato di piazza Umberto e di Piazza Carlo d'Aragona.

Una follia? Di più! Un segno della approssimazione censurabile con cui questa Città è perennemente condotta al declino, in un costante compromesso verso il peggio. Dove erano le schiere del nuovo umanesimo? Dove era l'altra Castelvetrano, come ama definirsi retoricamente questa schiera?

Dopo il 476 dC ricorderemo, dunque, questi anni. E ricorderemo anche il filosofo napoletano Gianbattista Vico che credeva nei corsi e ricorsi che la storia produce. Siamo nei ricorsi barbarici dunque. E questo nuovi barbari, che hanno tuonato contro il passato, a loro dire orribile e marcio, oggi, nella sbadata noia di un continuo copia e incolla, ci tengono, quando non copiano bene, a lasciare un segno profondo che sa di ferita. Una ferita e uno sfregio ad ogni decente idea di cultura che non ha prezzo di vendita sul colletto, nè tantomeno di svendita. Quante altre volte potrà cadere l'Urbe prima di restare al suolo perennemente?

Giacomo Bonagiuso

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