Messina Denaro, sequestrati beni per 500 mila euro a presunto fiancheggiatore

Destinatario l'architetto Massimo Gentile condannato in primo grado a 10 anni di reclusione per associazione mafiosa

Redazione Prima Pagina Castelvetrano
Redazione Prima Pagina Castelvetrano
09 Aprile 2026 23:29
Messina Denaro, sequestrati beni  per 500 mila euro a presunto fiancheggiatore

Un anno fa è stato condannato in primo grado a 10 anni di reclusione per associazione mafiosa. Adesso, per il cinquantaquattrenne Massimo Gentile, ritenuto dagli inquirenti uno dei favoreggiatori del defunto boss Matteo Messina Denaro, arriva anche il sequestro preventivo di beni.

Il provvedimento, emesso dalla Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Trapani, è stato eseguito questa mattina nelle province di Milano, Brescia e Roma, dai carabinieri del Ros con il supporto dei militari dell'arma dei rispettivi comandi provinciali.

I sigilli sono stati apposti a un’abitazione, un’autovettura, conti deposito e polizze assicurative, per un valore complessivo di circa 500 mila euro.

Il sequestro “si inserisce nel prosieguo dell’indagine denominata ‘Il Tramonto’, finalizzata non solo alla cattura di Messina Denaro, ma anche alla ricostruzione del contesto criminale in cui era inserito e alla successiva disarticolazione del circuito di fiancheggiatori che nel tempo hanno sostenuto il latitante”. Lo riferiscono gli investigatori del Ros, spiegando che l’operazione odierna scaturisce dalle indagini patrimoniali avviate nel settembre 2024, che avrebbero consentito di documentare “l’abituale e qualificata pericolosità sociale dell’indagato, che si ritiene abbia favorito per lungo tempo la latitanza di Messina Denaro cedendogli la propria identità per l’acquisto di mezzi di trasporto, la sottoscrizione delle relative polizze assicurative ed il compimento di operazioni bancarie, nonché una marcata e costante sperequazione tra i redditi dichiarati e l’effettivo tenore di vita del nucleo familiare”.

Gli accertamenti patrimoniali avrebbero dimostrato che l’acquisto dei beni oggi sottoposti a sequestro sarebbe stato reso possibile grazie all'impiego di risorse di presunta natura illecita, non giustificabili con le entrate ufficiali documentate al fisco dall’indagato.

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