Un profondo senso di amarezza e tanti interrogativi sono quelli che si pone la nostra lettrice, l'avvocato Gianna D'Angelo che dopo aver accompagnato il padre, affetto da numerose patologie, in ospedale ed averlo accudito, lo ha visto morire tra le sue braccia . Non è una lettera di denuncia, non è un'accusa d malasanità, ma una grave mancanza di empatia e di vicinanza che la nostra lettrice ha voluto raccontare:
"Scrivo questa testimonianza con rispetto per il lavoro di tutti gli operatori sanitari e senza alcuna intenzione di generalizzare. Il mio obiettivo è raccontare un'esperienza personale che mi ha lasciato un profondo senso di amarezza e porre una domanda: in un momento di sofferenza, paura e incertezza, è davvero troppo chiedere ai professionisti della salute anche una parola rispettosa e un atteggiamento umano?
Ho accompagnato mio padre, persona fragile e affetta da numerose patologie, durante un periodo di ricovero presso l'ospedale di Castelvetrano. In quei giorni non cercavo privilegi né trattamenti diversi da quelli riservati agli altri familiari.
Avevo bisogno, semplicemente, di ricevere informazioni sul suo stato di salute e di comprendere ciò che stava accadendo.
Già al pronto soccorso, tuttavia, il modo in cui mi è stato risposto mi ha profondamente colpita. A fronte delle mie richieste di informazioni, mi sarebbe stato detto, dal medico di turno, che avrei potuto «mettermi il pigiama e dormire tutta la notte in astanteria» e che mio padre aveva «il cuore, i reni e il fegato macinati».
Sono parole che, in quel momento, ho vissuto come dure e prive di quella sensibilità che una situazione del genere avrebbe richiesto.
Un familiare che accompagna una persona fragile, gravemente malata non è soltanto un interlocutore da allontanare o da zittire: è una persona spaventata, spesso disorientata, che cerca di capire e di sostenere il proprio caro.La situazione, purtroppo, non è migliorata durante il ricovero nel reparto di medicina. Il giorno prima della morte di mio padre, egli appariva irrequieto e manifestava una condizione di malessere che mi preoccupava.
Ho chiamato il medico di turno per chiedere attenzione e chiarimenti, ma subito mi è stato risposto che, se non avevo fiducia nell'équipe, avrei potuto firmare e portare via mio padre.
Mi è stato inoltre detto che non avrei dovuto lamentarmi, perché mio padre era entrato «mezzo morto» e, dopo quindici giorni di ricovero in medicina, era ancora vivo.
Non intendo trasformare il dolore per la perdita di mio padre in un'accusa indiscriminata nei confronti dell'ospedale o di tutti i suoi professionisti. So che il personale sanitario opera spesso in condizioni difficili e che la malattia e la morte fanno parte, loro malgrado, della quotidianità ospedaliera.
Proprio per questo, però, ritengo che le parole abbiano un peso ancora maggiore. Quando una famiglia è sottoposta alla paura di perdere una persona cara, il modo in cui vengono comunicate le informazioni può incidere profondamente sulla sua dignità, sulla sua capacità di comprendere e sulla fiducia riposta nell'équipe
.La dignità non è un elemento secondario della cura.Un paziente fragile non è soltanto un insieme di patologie da trattare.
È una persona. E intorno a lui vi sono familiari che vivono la malattia, l'attesa e il lutto in una condizione di estrema vulnerabilità.
Per questo il rapporto con i familiari non dovrebbe essere considerato un intralcio, soprattutto quando essi chiedono informazioni, segnalano un cambiamento o cercano di richiamare l'attenzione su un possibile malessere.
Anche quando non è possibile dare risposte immediate o rassicuranti, è sempre possibile comunicare con rispetto, spiegare i limiti del momento e mantenere un linguaggio adeguato alla gravità della situazione.
Le frasi che ho riferito non cancellano il lavoro di chi, eventualmente, si è preso cura di mio padre con professionalità. Ma non possono nemmeno essere ignorate da chi ha responsabilità organizzative e sanitarie.
La competenza tecnica è indispensabile; da sola, però, non basta a definire la qualità dell'assistenza.
Racconto questa esperienza perché non vorrei che altre famiglie, già provate dalla malattia, si sentissero umiliate, colpevolizzate o private del diritto di ricevere spiegazioni. Non chiedo condanne sommarie né giudizi basati soltanto sul mio racconto. Chiedo attenzione, ascolto e una riflessione sul linguaggio e sui comportamenti adottati nei confronti dei pazienti e dei loro cari.
A chi lavora in ospedale viene affidata la vita umana, ma anche la dignità delle persone e delle famiglie nei momenti più delicati della loro esistenza.
È una responsabilità enorme, che non può essere separata dall'umanità.
La mia testimonianza non vuole dare voce a un dolore e a un rammarico: quello di avere cercato informazioni e sostegno per mio padre e di essermi sentita, in alcuni momenti, trattata come un problema invece che come la figlia di un uomo gravemente malato."
Avvocato Giovanna D'Angelo