Anna Segre non scrive per compiacere, ma per esistere. Nel panorama della poesia contemporanea, la sua figura si staglia come quella di una cercatrice di verità, una donna che ha fatto della propria biografia complessa, stratificata, segnata da eredità pesanti, il materiale incandescente della sua arte.
La sua vita è un intreccio di identità che non chiedono permesso. Medico psicoterapeuta, ebrea, lesbica. Anna Segre abita queste definizioni non come etichette, ma come territori di lotta e di osservazione. La sua è una lingua concreta, corporea, lacerata che porta i segni di una salute precaria e di un corpo che, come scrive in Onora la Figlia, spesso "piange" attraverso i sintomi quando la voce è costretta al silenzio.
Prima di giungere alla maturità di Onora la Figlia, Interno Poesia, 2025, il suo percorso ha esplorato con coraggio i temi dell'identità e dell'alterità. Ricordo opere come A corpo vivo dove la fisicità si fa metro di misura del mondo, La distruzione dell’amore che è un’indagine sui vuoti e sulle mancanze, Judenrampe che si presenta come una riflessione profonda e necessaria sulle proprie radici ebraiche e sulla memoria. In ogni pubblicazione, Anna ha mantenuto fede a una missione, smascherare l'ordine apparente delle cose per far emergere la "verità taciuta".
Con la sua ultima silloge, Anna Segre compie un gesto rivoluzionario, ribalta il decalogo per rivendicare il diritto al rispetto. L'opera è un corpo a corpo con le figure genitoriali, il “Padre” visto come un "legislatore" autoritario, un "Abramo" che alza il coltello, simbolo di un potere che schiaccia e minaccia e la “Madre”, una figura inafferrabile, vittima e complice, "diga" che crolla solo con la morte, lasciando finalmente fluire l'acqua della libertà. Anna Segre è una poetessa che guarda in faccia “l'Angelo” e non distoglie lo sguardo.
La sua poesia è lo spiraglio attraverso cui uscire dall'impotenza. È una donna impegnata a restituire dignità al dolore, trasformando lo spreco di sé in una "primavera implacabile di papaveri rossi". Oggi, leggerla significa accettare la sfida di una bellezza che trema, di una parola che non vuole essere proprietà di nessuno se non della propria indomita libertà. Ora mi concedo il lusso impagabile di rivolgerti delle domande dirette e schiette in questo nostro “A tu a tu”.
Il titolo della silloge, Onora la figlia, ribalta uno dei comandamenti fondamentali. Nella poesia d'apertura tu scrivi che "manca il comandamento del rispetto" verso i figli.
- 1) Questa tua opera vuole essere una proposta di legge morale per colmare quel vuoto e denunciare l'impunità del "quotidiano approfittarsi del quinto comandamento"?
Più che una proposta, una riflessione dal punto di vista opposto che scontorna la bizzarria della realtà. Se pensi al comandamento onora il padre e la madre, da cui derivano conseguenze date per normali, ma che da questa prospettiva rivelano la nostra accettazione di qualsiasi assurdità. Ci abituiamo a tutto. A metterci orecchini come cerchioni di bicicletta, a mangiare cervello di scimmia viva, a discriminare per gli occhiali, il colore, il dio, l’altezza, la regione. E a considerare ineludibili e non aggiornabili i 10 comandamenti.
- 2) La figura del padre emerge come una presenza autoritaria e schiacciante, associata a "squadracce", "dittatori" e a un potere esercitato "perché può". In che modo il conflitto con questo "legislatore" che cercava di orchestrare la tua vita ha influenzato la tua percezione del mondo come un luogo di "sopruso" e "prepotenza"?
Ho imparato cosa sono le dittature, con mio padre. E lui a sua volta l’aveva imparato da Mussolini e Hitler. Perlomeno, così me lo sono spiegato io. E ho fortemente voluto sottrarmi a soprusi e prepotenze in ogni modo, evitando la carriera, qualsiasi gara, contratto, legame. E’ stata un’educazione che ha sottratto prospettive e opportunità. Mi è rimasta la cura degli altri e la scrittura. In questi due campi sono alacre, sempre molto attiva, con tutta me stessa, scrivo e curo. Due campi che mio padre riteneva secondari, irrilevanti, non di potere. Ma infatti. La cura è il contrario del potere.
- 3) Verso tua madre descrivi un legame "viscerale", eppure la definisci una "suora votata" al marito, capace di mimetizzarsi per non innervosire "quell'uomo". Com'è stato crescere nutrendosi di "sguardi di nascosto" e "mezzi sorrisi" in una casa dove la madre era un'ombra alla tavola delle decisioni?
Mia madre era funambolica nel fare gesti affettuosi di nascosto. Credo la mia salute mentale dipenda dal fatto che non ha mai demorso dal rassicurarmi, dall’incoraggiarmi, senza farsi vedere da lui. Potremmo criticare, dire: e se si fosse ribellata, e se mi avesse difesa… Ma mi pare già un gran risultato questo che vivo. Voler fare ciò che faccio. E perciò non mi sono messa in una condizione analoga alla sua, cioè con un marito insicuro, arrabbiato, paranoico e narcisista. Ho voluto una cosa sopra a tutte: un tavolino da uno con una sedia sola. La mia. Forse prima della fine riuscirò in una tavola abitata erotonda?
- 4) Tu ti descrivi come una "pietra con un cuore che batte all'impazzata", che ha scelto di non piangere per essere "amata senza barare". Questa "forza bovina" dell'ubbidienza è stata uno strumento di sopravvivenza o una prigione che ha reso il sistema ancora più inespugnabile?
La mia esperienza era quella: ubbidire per poter fare quei pochi gesti consentiti.
L’errore, se così vogliamo chiamarlo, è stato farmi studiare, leggere, insegnarmi a pensare. Quello è stato fatale. Perché era ovvio che tanto era stato fatto e detto per costringermi a corrispondere, da farmi diventare una garante del sistema stesso.
Rispetto al meritare l’amore e non barare, a casa nostra c’era questa cosa: non fare la furba. Una legge staminale che governava e governa come si sta al mondo. Per strada, con la gente, agli esami, in amore, in conflitto. I colpi bassi no. Mai. Ma considera che le mie eroine sono Pippi Calzelunghe e Lady Oscar, mi allargo, capitan Harlock. Tutta gente con una certa linea etica non compromettibile.
- 5) La tua identità è un crocevia di complessità: l'ascendenza ebraica, la lesbicità, una salute che definisci precaria e un corpo che piange attraverso la malattia. In che misura la poesia è diventata lo spiraglio necessario per non soccombere a un destino che sembrava già segnato dai pregiudizi e dalle aspettative altrui?
Sono disposta a raccontare, intendendo per racconto un punto di vista sulla verità che sia detto con arte. Come diceva quella mia paziente: dobbiamo trasformare la nostra merda in arte. E questo è ciò cui tendo. Non dico che riesco, ma è quello che vorrei. E poi gli altri io non li sottovaluto, c’è molto bisogno di giustizia attorno al tentativo di verità e lo sento. Lo sento che sono letta e percepita correttamente da molti. Ogni cosa potrebbe andare al suo posto. C’è un universo ipotetico che sfiora e si interseca a tratti con il nostro, nel quale la risposta di chi legge è proporzionata alla domanda di chi scrive e la domanda di chi legge trova risposta in chi ha scritto.
- 6) "L'amore non si merita", scrivi verso la fine di una sezione di Onora la Figlia. Dopo aver cercato di eccellere per catturare benevolenza e aver messo in piedi un "luna park" di successi per farti guardare, che valore ha oggi per te, la "salvifica, olimpica indifferenza" che dichiari di cercare da tutta la vita?
Queste tue domande sono la dimostrazione che quello che dico sopra è possibile. Tu mi leggi e capisci perché una parola piuttosto che un’altra, non c’è fraintendimento. Sì, meritare l’amore è la negazione stessa dell’amore. E crescere in un ambiente che ti testa di continuo nella presunzione del tuo prossimo errore, ti fa sviluppare evitamento, distacco, indifferenza. Cioè, te li fa desiderare. Per non sentire più quell’oscura sfocata mancanza quasi indicibile di sguardo, di soccorso. Quella difficoltà, quella giostra medievale di una semplice giornata iniziata col doversi infilare calzettoni traforati di cotone da sola, mentre il latte appena bevuto ti torna su. L’eroismo di allacciarsi le scarpe. E dire a me stessa: non importa. Domani farò meglio.