L'Elzeviro di Bonagiuso : Elogio della Fragilità

Si potesse dichiarare la ferita e non la scure e l’armatura, avremmo voglia di poter dire a chiunque che siamo fragili.

Redazione Prima Pagina Castelvetrano
Redazione Prima Pagina Castelvetrano
11 Giugno 2021 10:00
L'Elzeviro di Bonagiuso : Elogio della Fragilità

Un giorno, il mio carissimo amico e maestro Nicola Di Maio, mi regalò una poesia di Nelo Risi come esergo della sua prefazione ad un mio libretto di poesie: era strano che uno che aveva la fama di “sperimentalista” in letteratura, mi donasse un elogio della fragilità così tanto lirico. Dopo tanti anni quel testo è tornato nella mia mente, ed oggi da esso ho deciso di partire:

C’è gente che ci passa la vita

che smania di ferire:

dov’è il tallone gridano dov’è il tallone,

quasi con metodo

sordi applicati caparbi.

Sapessero

che disarmato è il cuore

dove più la corazza è alta

tutta borchie e lastre, e come sotto

è tenero l’istrice.

Abbiamo costruito una società armata. Una società all’attacco, una società di alleanze,stratagemmi episodici, turnazioni: sembriamo intenti alla difesa di chissà quale status symbol, eppure sotto la corazza siamo tutti alla ricerca di un nido di calore, di qualcosa che allontani la nostra devastante solitudine. Potere, denaro, autorità, capacità di condizionamento di intere generazioni: sembrano spesso stratagemmi che l’umano si concede per alleviare la ferita originaria. Vorremmo tutti, come scrive il poeta, che qualcuno potesse accedere senza danni

al luogo più protetto, il cuore, e presso questo anomalo muscolo indipendente dalla nostra volontà, sostare come in un abbraccio. Eppure, spesso, quando è accaduto che la corazza s’è allentata, chi ha avuto accesso a quel luogo, ci ha tradito, ci ha devastato, ci ha incendiato e ha seminato nell’animo campi di zizzania. Non ha profumo buono la zizzania, ma sembra l’infestante più in uso nel tempo della moderna fretta. Si semina a mano aperta, con facile superficialità, e poi, nel tempo segreto, essa, la pianta maligna continua a covare indifferentemente danno e beffa. In nome di noi stessi. Del nostro potentissimo ego. Ah, sapessimo quanto potremmo fare con un decimo di energia usata per ritrarci, o per colpire, in favore dell’altro e della sua nudità…

Già, perché se si potesse piangere senza essere etichettati come instabili o malaticci, se si potesse dichiarare la ferita e non la scure e l’armatura, avremmo voglia di poter dire a chiunque che siamo fragili, e che di questa fragilità vorremmo andar fieri, come dei nostri migliori auspici. Ed allora avremmo voglia di poter dire a chiunque che la fragilità è un dono, e non una falla; e vorremmo poter leggere intorno a noi – ah dannata e folle utopia – che questo è davvero condivisibile.

Vorremmo poter dare le coordinate del cuore, pur se tutte le volte (o molte molte volte) è finito nella combinazione perfetta di una battaglia navale: colpito e affondato. Vorremmo dimenticare o ricordare l’amico che ci ha venduti al peggiore offerente, solo perché l’offerente era la chiave di tutto quello su cui l’amico sputava veleno. Quel veleno era il suo bussare maldestro. Voleva stare là, tra la gente a sua misura, gente su cui a distanza sputava veleno solo perché non sapeva dire “permesso”.

Fragile era. Pure lui, E fragile resta nella memoria, anche quando si pavoneggia col giubbotto di pelle da top gun. Anche adesso che ci pensa e non si vergogna affatto; perché sopravvivere è necessario. E per farlo ci si aggrappa a tutto, anzi… a chiunque. Piccoli. Fragili. Di se stessi non si può dire mai!

Eppure, fuori da questo, l’omino si scaglia, giudica, mangia: sembra superman, superman con la tuta di marzapane e lo stelo di fiore. Ha paura. E non lo ammetterà mai. Vorremo – ammettiamolo – poterci scoprire fragili, senza forza esibita, coltivata; fragili come uomini. Senza corsa al bastone più duro. Alla mazza più ferrea. E vorremmo essere di terracotta in una nave di anfore. Abbiamo per questo paura del ferro e della sua ruggine. Eppure, anche fragili, sì, scioccati dal vento, corriamo insensatamente sgomitando a destra e manca, alleati mortali contro qualcuno, insieme per una meta piccola e banale, tra il sangue dei denti rotti di chi era per strada, e il “vomito dei respinti”: e non ci intestiamo fragilità come non ci intestiamo sconfitte. Fallire è, come il fragile vivere, un segno di follia. Noi no.

Non siamo duri e non possiamo fallire. Fino al prossimo pianto tra le braccia di mamma che non chiede, tra le braccia di mamma che non tradisce. Come in una richiesta di assoluzione per la vita che non sappiamo vivere. Perché il treno della carezza lo scorgiamo solo quando fischia dalla stazione ventura, e non sappiamo correre, senza fiato. Ma solo rimuginare. Non so se c’entri il ricordo di un poeta medico con cui conversare era dolce e mastodontico, o l’età che avanza, ma mi trovo a rivedere la consistenza della fragilità, la sua forma sconfinata, e il suo cuore tenero. Torno col pensiero alle tovaglie di lino stese nella brezza della campagna, all’azolo, al suo profumo di buono e alla semplicità che non si disperdeva in un gorgheggio…

Torno. E se “torno” vuol dire che sto percorrendo un “nòstos”, e i viaggi all’indietro, sono sempre viaggi di un’altra età. E mi scopro per la prima volta non più giovane.

Giacomo Bonagiuso

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