Pietra d'angolo: "Siamo noi la Ginestra" A tu per tu con Wanda Marasco
Una lunga chiacchierata tra me e Wanda, come quella che fanno due amiche, accade in una fredda giornata di febbraio.
Accade come i “doni” imprevisti e ce lo confesseremo con pudore dopo, entrambe commosse.
Per me, ascoltarla è stata davvero un dono. Wanda si racconta a voce pacata, ripescando ricordi lontani, ferite taciute, speranze antiche, risarcimenti nuovi.
Wanda Marasco ha vinto il premio Campiello 2025 con un libro poetico e potente, già dal titolo Di spalle a questo mondo, Edizioni Neri Pozza.
Dice: “È un settenario il titolo e nel romanzo sono confluiti lo sguardo lungo e profondo della poesia, il respiro ampio della prosa che sa creare personaggi universali pur con caratteristiche irripetibili e l’empatia e la compassione del teatro”.
Wanda è docente di lettere in pensione, poetessa, scrittrice, regista, moglie, madre, donna poliedrica forte e dolcissima. Ha scritto moltissimi testi in prosa, in versi, per il teatro.
Ha vinto tanti premi, tra cui il Montale per la poesia nel 1997 e ha sfiorato lo Strega.
Con il suo ultimo libro ha vinto finalmente il Campiello. “Lo considero un risarcimento allo Strega mancato, in fondo come tante cose belle che nella mia vita sono accadute che sono riuscite a compensare le ferite.”
Le chiedo quando nasce questo suo forte sentire il mondo e mi racconta un aneddoto che è di una bellezza struggente: “Avevo tre anni, a Napoli nel 1956 ci fu una fortissima nevicata, i miei genitori mi chiamarono fuori casa a vedere la neve ed io dissi - Oh, la neve! Come è bella, nasconde tutto e poi ce lo darà nuovo nuovo.”
Mi confida: “È il primo pensiero complesso di cui ho memoria. Da lì compresi che la poesia era già in me fin da piccina.”
Wanda nasce e cresce a Napoli in una famiglia in cui i genitori hanno un rapporto complesso. Lei racconta di grande complicità legata ai sensi e di grande conflitto nutrito dalla diversità delle posizioni sociali di provenienza del padre e della madre.
Un padre appartenente ad una famiglia nobile decaduta ma impregnata di cultura e ricchezza e una madre proveniente da una famiglia umile e contadina.
“Mia madre era terribilmente bella e procace come le donne del Sud.” Una madre che vive il senso di umiliazione e di svilimento per le sue origini povere e un padre che rimarca la sua diversità svilendo spesso la moglie che purtroppo reagisce con rabbia e violenza alle mortificazioni.
Ascoltando intravedo forse, una prima antica ferita. Parola che ricorre spesso durante la nostra telefonata. Wanda dice di essere una “orfana congenita”. Credo intenda dire una bimba sola che sperimenta sulla propria pelle “la colpa di vivere” ma una bimba e poi ragazza mai sottomessa, mai remissiva.
Piuttosto mi dice: “Nella vita ho imparato a saper attendere con le unghia e i denti della pazienza.” Una pazienza che in Wanda è resilienza, capacità di sopportare il dolore meditando su di esso, approfondendolo, attraversandolo quasi con rigore scientifico, con metodo lucido e avulso da sentimentalismi.
Le chiedo come sia riuscita a fare così tante cose insieme: la moglie, la madre, la docente, la poetessa, la scrittrice, la regista.
Ha vissuto una vita così piena che sembra contenerne tante insieme.
Mi risponde: “Ho saputo pazientare, senza mai rinunciare, senza mai arrendermi, ho studiato, ho letto moltissimo, ho ricomposto le mie ferite. Ho considerato la maternità ad esempio, una esperienza universale, ne ho fatto una maternità che potrebbe anche essere una paternità universale. Siamo tutti figli e fratelli. Siamo tutti legati e connessi, tutti parte di una storia comune, anelli di una catena solidale, come diceva Leopardi e aggiunge: - “Del resto a Napoli il Vesuvio lo abbiamo e le ginestre anche. Allora è quella catena umana fraterna e solidale che fa la differenza, quel richiamo costante all’amore per salvarsi dalla ferita del mondo. Dobbiamo tenere a mente sempre la nostra significanza e la nostra rilevanza. Siamo tutti piccoli e preziosi.”
Voglio approfondire il tema della resilienza e della ferita, così Wanda mi racconta dei suoi due matrimoni. Il primo intessuto di amore profondissimo e durato pochissimi mesi a causa di una fulminante patologia: “Fu un grande amore quello tra me e Lanfranco Orsini, poeta, critico e per me, sposo, compagno, complice. Il nostro amore era nutrito dalla comune passione per la parola, la poesia, la scrittura.
Purtroppo il matrimonio durò soltanto cinque mesi e Lanfranco morì.” Intravedo il ricordo dolcissimo di un amore rubato dal destino troppo presto. Lì credo giaccia un’altra profondissima ferita. E poi - aggiungo - cosa è accaduto? Wanda mi dice che si sposa una seconda volta, con l’uomo che è il padre dei suoi meravigliosi figli, che lei chiama l’altro risarcimento della mia vita. Mi confida che il secondo marito non condivideva affatto con lei la passione e l’amore per la letteratura, anzi viveva la scelta della moglie di essere una donna in carriera come una sotterranea minaccia.
“Aveva paura di perdermi, di essere lasciato, abbandonato – aggiunge – così, spesso ho temuto il peggio e per potere custodire e preservare i miei figli da ogni eventuale dolore, ho agito in sordina, quasi da dietro le quinte. Del resto sono laureata all’Accademia di Arte Drammatica e ho imparato dal teatro l’arte della compassione, dell’empatia ma anche la capacità di saper attendere.
Non ho mai rinunciato alla letteratura ma intuendo la possibilità di un pericolo se mi fossi allontanata troppo da casa e da lui, ho saputo scegliere la via dell’attesa.
Poi il padre dei miei figli si è spento con una brutta malattia e sono rimasta sola e tutta dedita alla parola. La scrittura richiede silenzio, concentrazione, un volontario e necessario esilio quasi, un restare incontaminati dalla efferatezza di questo mondo o dalle sue vetrine narcisistiche.
L’eccesso di esposizione dello scrittore crea una forma di usura e di logoramento dello stesso, eppure nel tempo in cui viviamo appare necessario per dare lunga vita alla propria opera, essere presente sul mercato editoriale, esporsi, farsi conoscere, raggiungere più persone possibili per far vivere il più a lungo possibile la propria creatura.”
Intravedo in questa contraddizione lacerante e necessaria un’altra profonda ferita. Da un lato la necessità di essere “di spalle a questo mondo” in un gesto di rivolta e ribellione etica, politica, storica e psichica per potere ricreare una realtà più autentica, vera, forse anche più umana e dall’altro lato la necessità di stare dentro e attraversarlo questo mondo, con le sue contraddizioni, ferite, lacerazioni, parti oscure, perdite, morti, dolori.
Un rifiuto che diviene inevitabilmente comprensione, accoglienza, solidarietà. Ascolto rapita questa anima preziosa che si narra con saggezza ed equilibrio, si narra e si dona. Wanda aggiunge quasi alle battute finali del nostro conversare a chi vuole dedicare questo prestigioso premio vinto. “Dedico il mio Campiello a tutte le donne del Sud. Alle donne che hanno dovuto lottare con sacrificio, tenacia, resistenza e pazienza per essere riconosciute nel loro ingegno, talento e nelle loro capacità. Perché per le donne e soprattutto quelle del Sud è sempre stato tutto più difficile, più faticoso, senza volere ricadere in facili stereotipi patriarcali e maschilisti o fare discorsi da femministe.”
Ha perfettamente ragione Wanda ed io da donna del Sud quanto lei, ne so qualcosa.
Sorridiamo, poi la invito a raggiungermi in Sicilia. Mi confida che ha solo visitato la Sicilia orientale e quella del trapanese le manca. Mi dice che verrà a trovarmi. Poi in chiusura di telefonata mi chiede: “Ma da voi ci sono i mandorli in fiore? Voglio vedere i mandorli in fiore.” Le dico che sì, in primavera è tutta una esplosione di fiori e profumi la campagna del trapanese, dai mandorli in fiori, alle zagare, alla zabbara fiorita, allo scirocco che tutto scompone e scompagina. Lei sorride. La saluto con la promessa di scrivere presto su di lei, su di noi, sulla neve che copre e rende nuovo tutto, sulla ginestra che resiste alla bramosia onnipotente del fuoco divoratore, sui mandorli che tingono di rosa la campagna siciliana.
Vuole che la rassicuri che dalla nostra conversazione non emerga eccessivamente la ferita, il dolore, il male che lei ritiene necessario e inevitabile. Desidera piuttosto che dalle nostre parole risuoni la necessità imprescindibile di comprensione e riflessione sul dolore e sulle ferite della vita perché la letteratura vera non può essere artificio, esercizio retorico né finzione. Non deve mimare il dolore ma attraversalo con autenticità e consapevolezza per apprendere l’arte di rinascere, ricreare, resistere. E sorridendo aggiunge: “Siamo noi, la ginestra”.
Bia Cusumano