Terremoto del Belice 68 anni dopo: ​15 gennaio,Terre in moto

Redazione Prima Pagina Castelvetrano

Cinquantotto anni, una vita, e sembra ieri. Lo so, non c’è niente di più stucchevole del politicamente corretto, del dovere per forza ricordare date e anniversari, dell’aprire a comando la chiavetta della commozione o della retorica perché c’è un “compitino” da fare e non ci si può sottrarre a questa incombenza.

Ma non è questo il caso del 15 gennaio, ricordo di un terremoto che ci portiamo dentro, noi che c’eravamo, avvenimento non concluso né storicizzato, che tocca però anche chi non c’era; chi, pur essendo venuto dopo, sente stranamente questa piaga aperta. Quel fatto, divenuto nell'immaginario collettivo nazionale simbolo di ritardi e inefficienza, pose in luce mali strutturali che non stavano nelle viscere precarie della terra, ma appartenevano alle vicende della gente e al secolare assetto della loro realtà di convivenza.

Lo scriveva Giuseppe Carlo Marino, pochi giorni dopo il sisma, aggiungendo significativamente che il terremoto aveva messo in crisi la Sicilia perché da noi tutto era già una crisi permanente: un affaticato equilibrio di depressione, un assetto instabile di contraddizioni all'ombra del malgoverno mai sconfitto integralmente, nonostante la generosa pressione delle forze nuove.

Da qualche anno, l’ho scritto altre volte, celebro l’evento a modo mio, e piuttosto che partecipare a messe e a fiaccolate, piuttosto che ascoltare sermoni e rievocazioni – qualche anno fa abbiamo avuto pure la predica di Mattarella a Partanna - riprendo in mano un libro di Vincenzo Consolo, L’olivo e l’olivastro, e lo rileggo tutto d’un fiato.

Il racconto si inizia con una fuga, dopo il terremoto, dalla nativa Gibellina - paese al centro di «una valle d’assenza e di silenzio, mute di randagi, nugoli di corvi su tufi e calcinacci» - e già mostra dalla prime pagine l’eredità di una lingua pietrosa e aspra, una lingua antica, fatta di serrata poesia, di aridi solchi e di sassi. Dal ferribot, Nicola, ventitreenne novello Ulisse, volge il capo all’indietro: «Messina non esiste. Esistono miti e leggende, memoria e attesa di sconquasso».

Incontra smarrimento, curiosità e stupore dappertutto. Il treno su cui è salito percorre la penisola, lentamente, con frequenti fermate, giacché quel che è successo («sacco d’orde barbare o furia di natura») ha prodotto un mastodontico disordine. Il protagonista lascia il paese, ma ad ogni immagine che gli si para davanti, egli vi legge la storia, le vicende, anche sanguinose, di un popolo antico e nobile. Lasciare l’isola è davvero possibile? Messina, distrutta anch’essa da un terremoto, s’insinua dentro queste visioni, come se là fosse rimasto il cuore a pompare la sua vita. Non solo: a cercare, in un tentativo disperato e necessario, di preservare la Sicilia tutta dalla morte.

La mente compie un pellegrinaggio al tempio della vita, che è il ricordo: «Viaggiatore solitario per un itinerario di conoscenza e amore». Sfilano nomi, immagini, paesaggi, da cui l’isola trae il ceppo e il genio della sua immortalità. Quanto più il protagonista si allontana, tanto più la sua isola rinasce alla vita dallo squasso, dal torpore, dallo svenimento. Di fronte ad una tragedia di morte, il pensiero e l’amore vi contrastano con l’effluvio della eternità, generato dal sentimento e dalla ragione.

È una rabbiosa sfida contro “l’impotenza” e “la vulnerabilità” delle cose. Che, nel momento in cui veste i panni di una fuga, di un esilio, sia esso provocato da un terremoto, dall’eruzione dell’Etna o genericamente dalla insofferenza e dalla povertà, si trasforma in lamento, in bruciante rimorso. Non basta fuggire, non basta gridare lo scempio, per sentirsi lontani. Nella sua isola, nuotatore quasi vinto dalla furia del mare, trovò rifugio Ulisse: «Trova riparo in una tana, tra un olivo e un olivastro».

V’incontra il regno dei Feaci, «che sono vicini agli dèi», e vivrà felicemente quei giorni alla reggia di Alcinoo, «in seno ad un’alta civiltà». Si dipanano così le tristezze, le nostalgie, le ferite che sempre accompagnano un esule, un fuggiasco dal proprio paese natale. In Ulisse il protagonista identifica il proprio rimorso e la paura. Paura di ciò che di portentoso è avvenuto nell’isola; rimorso per un viaggio intrapreso come sopravvissuto di una realtà che può sfaldarsi, perdersi, divenire irreale. Così l’esilio del protagonista, “il viaggiatore”, “il reduce”, “l’Ulisse di sempre”, diventa, in verità, inconsciamente, il racconto del suo ritorno o, meglio, diventa la frusta del ricordo e della memoria che lo sferzerà per sempre, costringendolo costantemente al ritorno, non importa più se con i segni di una qualche fisicità: «Pensava ch’era stato lui per primo a rompere gli ormeggi, allontanarsi, via per tanto tempo» e «non sa dire quando, tanto lontano questo avvenne nel tempo».

Narrando di Ulisse, parla di sé: «Mostri generati dai rimorsi. I più tremendi sono, nella favola, nel poema, nell'isola al centro di quel mare, nelle pieghe più oscure e minacciose della sua natura, nella terribilità del suo vulcano, negli scuotimenti della sua terra, nelle insidie delle sue isole intorno». E ancora: «Metafora di quel che riserva la vita a chi è nato per caso nell’isola dai tre angoli». Ma il canto di Consolo, il suo poema, musicato dalla evocata e rimpianta grecità, non finisce qui.

La mente elabora incessantemente quel suo incantato ritorno: quando descrive ciò che di bello e di antico è stato distrutto nell’isola che ha “albe di cristallo” e “sentieri di silenzi”; quando rivede i pescatori: «Laceri, spossati, dormivano sulle reti, al riparo delle vele»; o i cavatori di pietra: «Erano secchi e grigi i cavatori, avevano denti corrosi dalla polvere»; quando ricorda personaggi che hanno percorso l’isola, tra i quali Verga (cui rende un lungo, fiero e commosso omaggio, tutto da ammirare), Vittorini, Pirandello, De Roberto, Sciascia, Tomasi di Lampedusa, Piccolo, Carlo Levi, Buttitta, Goethe, Guy de Maupassant, Caravaggio, Antonello da Messina, Guttuso.

Egli ritorna esule lontano, l’amore ha disegnato nella sua mente un perenne e definitivo viaggio del ritorno, a cui ha accesso e può accostarsi con il canto felice della poesia. La prosa ispirata di Consolo ricorda in certi tratti, ancor più accentuata, quella di Mario Tobino (al quale si accosta anche per il coraggio di certe denunce sociali), prosa ardimentosa, di un ardimento che è proprio della poesia, che sgorga da profondità sconosciute, libere ed immacolate. Passano le ombre dell’antico, del mito, della leggenda, davanti agli esili tralci (“sagome cave”) della modernità che tutto ha reso vano («ceri giganti accesi per un dio della malvagità e del disastro»), alla maniera di ciò che videro, nella discesa agli inferi, gli occhi di Ulisse, l’esule per eccellenza. Ed è Ulisse che incessantemente accompagna il ritorno del protagonista; sempre lo intravediamo accanto ad ogni movimento, ad ogni visione, ad ogni rievocazione, ad ogni personaggio, in ogni luogo (tantissimi, tra grandi e piccoli: da Messina a Catania, Siracusa, Palermo, Trapani, Gibellina, Acitrezza, Caltagirone, Gela, Lipari, Cefalù, Ustica, Noto, Mazara) visitato e rivisitato continuamente dalla memoria e dal ricordo.

E di più: tutti gli esuli siciliani diventano e saranno sempre Ulisse («vide il viaggio d’ogni uomo, l’avventura d’ogni Ulisse»), e in questo modo il tempo antico, con le sue vestigia, coi suoi protagonisti, da Eschilo a Catone, fascia il presente, lo annichilisce, e ciò facendo esalta gli afrori del passato che mai, pur in presenza di grandi trasformazioni e apocalittiche calamità, hanno abbandonato e abbandonano l’isola. La Sicilia, cioè, al di là del rancore che si può provare per il suo degrado, appare come una terra mitica nel cui impasto degenerativo prodotto via via dai secoli resta il lievito del suo nobile lignaggio, che le proviene da quei migranti greci di cui l’autore scrive: «Contadini, pescatori, artigiani megaresi trasportarono sulle loro barche, qui trapiantarono, vicino ai siculi indigeni, le loro credenze, i loro costumi e linguaggi».

Ecco perché nel Belìce oggi, dopo quasi sessant’anni, è meglio risparmiare le solite litanie sui ritardi dello Stato e della Regione, sulla miopia della classe politica, sulle inefficienze della burocrazia. Sono storie che conosciamo, e di cui ciascuno deve valutare anche il peso delle proprie responsabilità in termini di acquiescenza, di inefficace partecipazione, di mancato controllo. Vogliamo, piuttosto, guardare, sia pure in un momento difficile quello che stiamo attraversando (ma quale momento, da che mondo è mondo, non è stato “difficile”?), ai segni di rinascita e di ripresa, alle occasioni di sviluppo che, anche alla luce della nostra collocazione mediterranea e degli strumenti di programmazione e di concertazione, si offrono a questo territorio, ponte naturale tra due continenti, pieno di storia e di cultura, ricco di potenzialità economiche nel campo del turismo, dell’agricoltura e della piccola impresa; davvero una terra… in moto.

Ecco perché il migliore esempio lo ha dato, qualche anno fa, Menfi che, invece di ricorrere alle solite trite liturgie parolaie, ha inaugurato, senza strepito e clamore, un nuovo museo che raccoglie, fra l’altro, parte del patrimonio artistico recuperato fra le macerie di chiese crollate, in parte per la fatalità dell’evento e, in gran parte, per l’opera delle ruspe guidate da uomini insipienti. Forse è il caso di sottolineare che nel Belìce pochissimo è stato recuperato, pur considerando che, ad esempio, a Gibellina, Salaparuta, Partanna, Poggioreale, Montevago, porzioni significative di manufatti di pregio erano sopravvissute alla furia devastatrice della natura.

Unica eccezione la Matrice di Partanna, salvata grazie all’intervento di Giuseppe Bellafiore, all’epoca presidente della sezione palermitana di Italia Nostra. Viceversa, si preferì costruire ex novo a chilometri di distanza con risultati formalmente molto discutibili. Furono chiamati artisti ed architetti in voga perseguendo l’idea della new town e del “museo a cielo aperto”. Eravamo in pieno Sessantotto ed ogni accenno ad una ricostruzione rispettosa della memoria sarebbe suonata come un’eresia.

Il risultato furono opere assurde, a volte mai finite, che prosciugarono interi stanziamenti, città spettrali, senz’anima e senza vita, giacché il concetto di ricostruzione si era talmente dilatato da diventare altro: uno spazio astruso, pieno di totem e vuoto di persone: «Nel nudo, nel crudo terreno, nella desolata vaghezza, nella memoria dissolta, nell’estraneità, nell’assenza» – scrive ancora Consolo - «sorge l’arroganza, l’offesa, il teatro di marmo, di cemento, di bronzo, sorge alto sopra l’asfalto il fiore stridente, la stella texana, la porta per la fiera del vuoto, per la città metafisica.

Di larghe strade, di rampe, di scale, di spalti, portici, logge, vaste piazze, anfiteatri deserti, folgorati dal sole, tagliati dall’ombra, di cubi, sfere, coni, cilindri, giardini di pietra, ghirigori di ferro, porte di marmo, cancelli, cerchi, ellissi, frecce, rombi, triangoli, sibillini alfabeti, il sarcasmo della reliquia innestata, del frammento, l’arco, il portale, il timpano infranto … Ora tu, eroe sconfitto, vieni fuori da una casa del nuovo paese, cammini sulla strada deserta, ti guardi intorno smarrito». Oggi, pian piano si comincia a capire che forse la cultura non è quella che si nutre del mito antico dell’uomo che viene da fuori, dell’uomo del cargo che può essere un capopartito, un sindaco, un cantante, un calciatore, ma anche una statua, un artefice di improbabili cretti («Vorrei rivedere l’altro paese … Non so dov’era la mia casa, dov’era il castello, la piazza, la chiesa…» - lamenta Nicola), purché venga, appunto da fuori, in un Sud che dentro di sé non trova pace.

Forse si è finalmente compreso che l’arte non può essere un pretesto, una scusa per l’Evento, per far suonare la banda, per attirare il forestiero, per fare una bella festa, accogliere il conquistatore, celebrare una giornata di gloria, guadagnare la prima pagina sui giornaloni del Continente e poi tornare al niente, alle scaffe, alle runze, alla munnizza di sempre. Sì, forse la cultura - quella vera e non l’accademismo di facciata - e la bellezza salveranno quest’Isola che tante, troppe, volte ci sembra sciaguratamente irredimibile.

L’esempio dei ragazzi di Realmonte che, nel giro di ventiquattro ore, hanno ripulito, qualche tempo fa, lo scempio delle macchie rosse alla Scala dei Turchi, fa ben sperare. Forse la bellezza ci salverà e forse questa Sicilia “buttanissima” non è proprio irredimibile.