Pietra d'angolo.​ ​A tu per tu con Alfonso Guida,il poeta che dell’imperfezione fa il suo metodo d’arte e vita

Redazione Prima Pagina Castelvetrano

Ci sono poeti che hanno tracciato e abbracciato i miei anni fin da quando ero una bimba e devo loro moltissimo per la mia vita. Potrei citare la Merini, la Szymborska, Hikmet, Salinas, Kavafis, Achmatova, Cvetaeva, Rosselli. 

Altri che ho incontrato da adulta: Valerio Magrelli, Antonella Anedda, Rondoni, Gualtieri, Buffoni, Segre. 

Alcuni sono diventati anche amici, confidenti, angeli silenziosi con cui condividere un mistero, quello della poesia. Altri si sono rivelati all’improvviso e mi hanno perdutamente avvinto. 

Così è stato con Alfonso Guida e il suo ultimo libro giunto nella cinquina finale del premio Strega Sezione Poesia, Diario di un autodidatta, Guanda Editore, 2025. 

Questa intervista è un colloquio privilegiato che il poeta che vive a San Mauro Forte mi ha concesso, un dono prezioso che custodirò nel cuore e che condivido con voi lettori della rubrica.

Alfonso è un poeta di un fascino oserei dire, orfico. Perdutamente moderno, ferocemente antico. Quando lo leggi, ti sembra di vederlo lì nel chiuso della biblioteca del suo piccolo paesino e la ferocia e la grazia della vita ti inondano, irrompono, seducono. I poeti vanno amati, non compresi del tutto. Rischieremmo di seviziarli con un lavoro estenuante di trivellazione psichica e semantica. 

La Poesia va protetta, custodita, perfino taciuta nel suo irredimibile segreto. Per cui, ho rivolto poche domande ad Alfonso e lui ha avuto la pazienza di leggerle e rispondermi con fluidità e generosità, aprendomi varchi che ho osato varcare con pudore. 

Questo colloquio, vuole essere anche un invito a prendere tra le mani il libro di Alfonso e a leggerlo con passione e tenerezza, pensando che i poeti non vivono in mondi così lontani e irraggiungibili o ancor peggio vivono soltanto nelle pagine dei manuali di letteratura. 

I poeti hanno corpo, ossa, respiri, palpiti, seduzioni, colpe e stupori come tutti noi. Basterebbe allungare la mano, cercarli, toccarli, sentirli, amarli. Così come ho fatto con Alfonso. L’ho cercato, l’ho toccato, l’ho sentito, l’ho amato. C

hissà che dopo la lettura dell’intervista, non possa accadere anche a voi, l’insopprimibile bisogno e l’urgenza d’anima di andare a cercare Alfonso Guida e di tenere sul comodino, in borsa, in macchina, sul tavolo della cucina o tra le lenzuola, il suo Diario di un Autodidatta.

1) Alfonso, quanto la tua poesia è “fuori traccia”, nel senso di sovversiva, ribelle, disobbediente?

L' istante della prensione, come lo chiama Blanchot, l'istante in cui afferriamo la penna o ci sediamo davanti al computer e cominciamo a metter giù la prima parola, il primo lemma di quello che forse sarà un testo, è sempre un momento altissimo, totale, assoluto: quello in cui si manifesta e prende corpo e vita il gesto di Fontana: lo squarcio della tela, il taglio da cima a fondo della cortina. Il velo del tempio di Gerusalemme della parola, della lettera, per citare sia San Paolo che l'omileta Origine ma anche certi gnostici evangelisti. Il taglio del velo della parola è sempre un magico atto di sovversione. Leggere allora Il libro della sovversione di Jabes è un atto di ribellione alla morte che costella la vita con paludi e ristagni. Scrivere è sempre un atto di rottura, privato, in primis.

2) Quanto il “presepe familiare” che diviene luogo di accuse, colpe, giudizi, amore mancato è tessitura intima dei tuoi versi?

Tu lo chiami presepe familiare, io lo chiamo focolare serrato. "Famiglie, serrati focolari, io vi odio". Questo è l'urlo contro, l'urlo di ribellione de L’ immoralista di Gide. Famiglie come luoghi rassicuranti, focolari, appunto, luoghi di protezione, depositi di certezze e famiglie anche come covi di malattie. Non dimentichiamo che è nelle famiglie del Mulino Bianco che si annida il mostro.

Tutta la mia scrittura, la mia ricerca introspettiva è volta all' analisi scrupolosa, dettagliata, ossessionata, anancastica, letale, del nido famigliare, dei suoi giudizi e pregiudizi, delle sue malformazioni, come assetto sociale, microsocietà. Chi poi come me ha una croce esistenziale particolare, fatta di diversità e rinunce, non poteva non scontrarsi e fare i conti con la realtà delle reti relazionali familiari, romanzo intriso di calore e veleno.

3) “Chi resta rinasce”, quanta salvezza o dannazione vi è nella poesia che trascina oltre il dolore di una vita eppure costringe dentro il chiuso di un deserto esistenziale?

La Poesia salva finché la scrivi. Non è detto che salverà. La Poesia non è una promessa, non mantiene, non può mantenere la parola data. Amelia Rosselli o altri non si sarebbero altrimenti suicidati. La poesia salva finché è in corso d' opera. Allevia, aiuta, garantisce la quiete come ogni era postatomica e ogni fenomeno successivo a una importante abreazione. Il deserto come solitudine è la sua condizione di nascita. La poesia nasce in cella per opera di una intuizione, di un'idea. L' Angelo dell'annunciazione di Rilke. Il poeta è Maria. Conceptio per aurem.

4) La poesia è scavo muto dentro gli affondi irrecuperabili della vita o è grembo in cui ricreare le ossa?

La poesia è folle, forsennato scavo interiore. È un bisogno impellente, incessante di ripristinare lo stato di riposo, lo stato simbiotico-fusionale delle origini, un modo di tornare alla madre. Questo è un concetto che mette d'accordo psicanalisi e filosofia antica, quella valentiniana, filosofia apocrifa innestata sul neoplatonismo. Scrivere, insomma, per me, è una sedazione continua, un tentativo di ricreare la calma originaria andata perduta con la caduta nel tempo, nel mondo, nella spettralità immanente del mondo.

5) La tua poesia quanto deve alla tua esperienza personalissima di dolore, malattia, sofferenza intima e viscerale?

Ho scritto per necessità. Ho scritto la mia vita. Se non mi fosse stata inoculata la parola, mi sarei perduto per sempre. È un voto che rinnovo di continuo. Scrivere è curarsi. O tentare di farlo. Tentare una via, una canalizzazione del caos, tentare una scultura, una in- formazione. Tentare di essere Dio.

6) Alfonso Guida nel panorama letterario contemporaneo è e resta un autodidatta o piuttosto lo è nella vita in cui “nessun precipizio è terra d’approdo”?

Autodidatta, nel significato etimologico, vuol dire "colui che apprende, pensa da sé". Così è stato. Fuori da ogni vicolo, fuori da ogni legame con gruppi, santuari, sette, ho fatto la mia strada, come l'avrebbe fatta per non morire chiunque si fosse ritrovato come me catapultato nell' esperienza esistenziale prima dell'abisso, poi del deserto.

Fabiana "bia" Cusumano