A nome loro, Frammenti per un'orazione civile
Se le porti via il vento le facili risposte,
le parole di circostanza.
Io ascolto i fatti, la storia.
Scrivo per non dimenticare.
Rifletto per capire meglio.
Mi guardo attorno.
Vedo la distruzione del paesaggio.
Come distruggere un territorio di così rara bellezza?
Chiudo le finestre, la porta del balcone.
Oggi non esco, evito il contatto.
Nella piazza i giornalisti intervistano
quelli che non hanno niente da dire,
che non hanno niente da perdere.
I fatti guardati con la giusta distanza di un obiettivo.
I fatti vissuti sulla propria pelle.
I fatti quando vivi a migliaia di km di distanza.
I fatti quando ti hanno sterminato la famiglia.
Quando ti hanno ucciso i sogni e distrutto la vita.
Ognuno è obiettivo a modo suo.
Con la narrazione che si è costruito.
Con le risposte che si è dato.
Bisogna pur darsi qualche risposta per vivere.
Tutto quello che si è detto e quello che non si è detto.
Sul piatto della bilancia non si sa cosa pesi di più.
Nelle strade c’è tanto silenzio.
Silenzio della parola, silenzio di paura.
Cerco parole che mi aiutino a capire meglio.
Perché tutto questo? Perché tanta violenza?
La smania di possedere, di essere padroni di tutto.
Il potere della forza.
Che cosa?
Io ho paura, non mi sento difeso,
Mi sento esposto.
Da queste parti è proibito fare qualcosa.
Mi difendo come posso.
Domani uscirò, oggi è troppo rischioso.
Qualcuno potrebbe scrivermi nel libro nero.
I bambini guardano le cose con occhi diversi,
guardano la bellezza.
I bambini hanno un modo di proteggersi dal male.
Attivano un dispositivo che li aiuta
a respingere il male.
Io vorrei guardare le cose con i loro occhi.
A me non impressiona più niente.
Mi sono abituato all’ingiustizia, al malaffare.
I giovani sono partiti, hanno costruito altrove
dimore di futuro, dimore di serenità.
Hanno cercato una via di fuga,
da questa trappola mortale.
Hanno tentato la fortuna altrove.
Quel che più conta è la vita.
Anche loro amavano la vita.
La vita di queste donne, di questi uomini.
Quello che hanno fatto, le loro azioni, le loro parole.
Volevano liberare quest’isola.
Volevano liberarci dalla violenza, dalla legge del più forte.
Non avevano giubbotti protettivi.
Ogni giorno affrontavano il rischio.
Lavoravano con coraggio, sapevano che era pericoloso,
ma non ebbero esitazione.
Non curarono i loro affari.
Cercarono di lavare quel che si era sporcato.
Volevano spegnere l’incendio.
Restituire la bellezza a questi luoghi devastati.
Arginare la violenza.
Oggi portiamo questa memoria pesante
difficile da accettare.
Storie di vite spezzate.
Storie di inganni, di trattative, di depistaggi.
Tutto resta incomprensibile.
La bellezza degli ulivi, dei vigneti,
dei templi, delle nostre città, delle chiese.
La bellezza della nostra terra,
della sabbia, del nostro mare,
delle montagne, dei laghi, dei boschi.
Le colline attorno sono distese di verde.
Ogni anno ci raduniamo
qui e altrove per non dimenticare.
A nome loro.
È indispensabile.
Loro non vogliono lapidi.
Volevano continuare a vivere!
Vedere crescere i loro figli.
La velocità del tempo mi trascina altrove.
Non posso arrestarla.
Non posso trattenere più nulla.
Tutto è spazzato via dal vento.
Tutto ritorna alla terra, alla polvere.
Per questo si scrive.
Per resistere alla polverizzazione.
Quel che vorrei fosse ricordato.
Me lo sono chiesto più volte.
È giusto custodire la memoria.
Quale memoria?
Il ricordo dell’attentato?
Il ricordo delle bombe?
La stagione delle stragi?
Vorrei ricordare un calendario di vita.
Vorrei ricordare l’inizio delle loro vite.
Vorrei ricordare quando giocavano,
il primo giorno di scuola,
il giorno della laurea, la vincita del concorso in polizia,
la vincita del concorso in magistratura.
Ricordo la loro tenacia, il loro coraggio.
Tutto quello che custodivano nel loro cuore.
Giuseppe Ivan Undari