La via dell’umiltà: Don Undari scrive una lettera ai fedeli per la festa di San Giovanni Battista

Redazione Prima Pagina Castelvetrano
Redazione Prima Pagina Castelvetrano
20 Giugno 2018 12:00
La via dell’umiltà: Don Undari scrive una lettera ai fedeli per la festa di San Giovanni Battista

Carissimi Fratelli e Sorelle nel Signore, avevo messo da parte l’idea di scrivere una lettera in prossimità della festa di san Giovanni, poi una telefonata, giunta inaspettata, mi ha sorpreso e portato a rivedere quelle motivazioni che in un primo tempo mi avevano trattenuto. La richiesta era formulata in modo semplice: «ha pensato  di scrivere qualcosa come lo scorso anno?». Mi sono chiesto: può san Giovanni sussurrarci una parola che ci porti a riflettere e torni utile per il nostro cammino di credenti e non, di uomini che ogni giorno affrontano la fatica del vivere, con il suo carico di contraddizioni, di problemi da risolvere, di  tragedie e sconfitte, ma anche con la forza racchiusa nella vita stessa che ci spinge a procedere, a progettare, a guardare in avanti? Ho provato a rileggere quei pochi frammenti contenuti  nei Vangeli e ho trovato come una illuminazione in uno di quei tratti fondamentali per la vita del cristiano.

«Dice Dio: chi si umilia sarà esaltato! Eppure questo si fa molto di rado in terra». Così scrive A. Silesius nel suo Il Pellegrino cherubico e continua dicendo che l’umiltà pur essendo una virtù rara, è il fondo, il coperchio e lo scrigno nel quale le virtù stanno e sono racchiuse. Perché non leggere la vita di Giovanni da questa prospettiva? Perché non meditare sul modo come egli l’ha vissuta, come si è lasciato plasmare dal disegno di Dio anche attraverso le umiliazioni.

Prima ancora che dal Battista siamo chiamati però a imparare la lezione dell’umiltà dallo stesso Figlio di Dio, egli si è fatto uno di noi, si è abbassato e ha percorso fino alla fine la via dell’umiltà, si è presentato a noi mite e umile di cuore. Per Francesco di Assisi Dio è umiltà! Per il poverello di Assisi l’umiltà è il palazzo e il vestimento, l’abito indossando il quale troveremo aperte le porte del Regno. Eppure è difficile parlare di umiltà non solo perché per l’uomo è difficile percorrere questa via ma perché come ha scritto E.

Bianchi «l’umiltà è virtù sospetta e pericolosa», è pericoloso egli sostiene «predicare l’umiltà e farne una legge, perché occorre valutare la ricezione che di essa possono avere le diverse persone». Ho scelto due episodi della vita di Giovanni per poter ricevere da lui una parola sull’umiltà. Ho pensato al momento del battesimo come a quel momento umanamente più esaltante, quando egli si è trovato a tu per tu con il Messia che aveva annunciato, e al momento più infamante e umiliante quello dell’arresto, quando consegnato nelle mani di altri, viene rinchiuso nella fortezza di Erode e la sua vita viene come fagocitata dal buio fino a scomparire.

Giovanni si è presentato nel segno dell’umiltà. La sua vita, ha avuto inizio come il miracolo che sconvolge una coppia di anziani e una donna sterile che per tanto tempo aveva portato nella sua carne l’umiliazione per non aver potuto generare  un figlio. Da una situazione attraversata da impotenza e rassegnazione, Dio suscita il precursore inviato a preparare una strada per la venuta del suo Figlio nella nostra carne. Cresciuto in sapienza, sorretto dalla grazia, Giovanni si spoglia di tutto, sceglie di rinunciare ad ogni potere, anche al servizio di Dio nel tempio di Gerusalemme, per ritirarsi nel deserto.

Tra il cielo e la sabbia, il tutto e il nulla, in questo luogo arido e monotono, simbolo di ribellione, di spoliazione, di nudità e conoscenza di sé,  Giovanni si prepara e annuncia il tempo della conversione gridando umiltà ai monti della superbia. Lungo le rive del fiume Giordano, dove Giovanni  predica il battesimo della penitenza annunciando il giudizio imminente di Dio, una folla di peccatori accorre a lui da ogni parte per lasciarsi immergere nelle acque della purificazione e iniziare una nuova vita.

A questa folla di peccatori si unirà Gesù venuto in mezzo a noi per liberarci dal peccato e acquistarsi un popolo santo. Giovanni lo vede venire da lontano, incontro a lui, cerca di trattenerlo, egli non può battezzare Colui che non ha alcun peccato, ma Gesù obbliga Giovanni ad accettare, entrambi rinunciano a qualcosa per accogliere l’Unico che salva. Davanti a Gesù il Battista dichiara il suo bisogno, la sua povertà, il suo niente, così si abbandona alla misericordia,  così accetta di immergere nelle acque l’autore del battesimo, accetta da Dio il tutto della grazia di Gesù.

Giovani ha bisogno di ricevere da Gesù la forza per portare al termine la missione che gli è stata affidata, egli attende di scomparire perché cresca il Signore della gloria, così ai suoi discepoli  indicherà presente l’Agnello di Dio che toglie il peccato del modo e inviterà i suoi a seguire la luce vera che illumina ogni uomo. Nessuna richiesta viene presentata da Giovanni, nessun motivo per inorgoglirsi e montare in superbia, solo la sua disponibilità a rimanere a quel livello basso della terra, dove è possibile sperimentare con verità la conoscenza di se stessi, cioè la nostra miseria e povertà, di creature fatte di terra, segnate da fragilità.

Giovanni non ha cercato la gloria degli uomini, egli ha portato nel segreto della sua carne, fino al termine della sua esistenza, quel sigillo impresso da Dio fin dal momento del suo concepimento, quando la sua nascita annunciata dall’arcangelo al padre nel tempio di Gerusalemme gli affidava con il nome che egli sarebbe stato nient’altro che dono, grazia. «Con tutta umiltà ciascuno consideri gli altri superiori a se stesso» (Fil 2,3). L’umiltà si traduce in atteggiamento affabile, affabilità che diventa condivisione, apertura all’altro, capacità di consolazione, ascolto dell’altro senza pregiudizi.

L’umiltà nasce da un cuore capace di ascolto della propria fragilità. Giovanni non si sente degno  di chinarsi per sciogliere il laccio dei sandali del Messia neanche  Paolo si sente degno di essere annoverato  tra gli apostoli, egli ci esorta a  non farci  un’idea troppo alta di noi stessi. L’umiltà è la consapevolezza dei nostri limiti, del nostro niente,  ma anche capacità di stima nei confronti degli altri, delle loro qualità umane. Giovanni ha imparato l’umiltà anche lasciandosi umiliare dagli imprevisti della vita.

Giovanni ha imparato l’umiltà da quella scuola unica che è la vita di ogni giorno, con il suo carico di pene e di prove da superare. Dal carcere quando ormai la sua vita sarebbe uscita dalla scena di questo mondo, incatenato dalla forza del potere di turno, egli continua a interrogarsi: «sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?» (Mt 11,3). Mentre brancola nel buio, sepolto nel silenzio, egli continua a non lasciarsi sopraffare dalla menzogna ma a gridare la verità che ci salva e ci fa liberi.

Giovanni viene arrestato, viene gettato nel buio di una cella, penso l’umiliazione più grande che un uomo può subire; privato di tutto, egli sì è lasciato purificare nel fuoco della sofferenza. Da Giovanni impariamo che molte sofferenze che sperimentiamo derivano dalla mancanza di umiltà, che davanti a Dio noi non siamo che un nulla pieno di superbia e arroganza, che «l’uomo non abbraccia mai tutta la verità ne la possiede interamente» (D. Barsotti), l’umiltà crea e prepara il terreno perché Dio possa seminare  e far germogliare nella nostra vita la sua vita, la sua verità, il suo amore.

Chiediamo a Dio nostro Padre che ha inviato davanti al Figlio suo come messaggero san Giovanni battista, nostro patrono, la grazia di scoprire nella virtù dell’umiltà il segreto per vivere come discepoli del Signore, di liberarci dall’arroganza, dalla violenza e da ogni brama di potere; di donarci  un cuore umile che tema il suo nome, un cuore capace di ascolto, l’umiltà di sentirci strumenti creati perchè Dio se ne serva, di farci crescere nella fede con l’umiltà e l’obbedienza.

Arciprete    Don Giuseppe Undari

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